Ultima cena

Kiebasa
Un disegno di Camille Ortie

 

 

Cosa mangiano prima di essere uccisi i condannati a morte negli Stati Uniti d’America.

Nome, Stato d’esecuzione, anno d’esecuzione. Modo d’esecuzione. Ultima cena.

 

 

  • Aileen Wuornos, Florida, 2002 . Iniezione letale. Rifiuta una cena speciale, le viene dato un hamburger dalla mensa. Poi beve una tazza di caffè.
  • Allen Lee Davis, Florida, 1999. Il « piccolo » Davis, 150 kg, chiede aragosta, patatine fritte, gamberetti, vongole, mezzo filone di pane all’aglio, e quasi un litro di root beer.
  • Alton Coleman, Ohio, 2002. Filetto ben cotto accompagnato da funghi, petti di pollo fritti, un’insalata con vinaigrette, sformato di patata dolce con panna, patatine fritte, cavolo nero, anelli di cipolla fritta, pane di mais, broccoli con formaggio fuso, biscotti, sugo della carne, e una coca-cola alla ciliegia.
  • Ángel Nieves Díaz, Florida, 2006. Rifiuta una cena speciale, gli viene servita la normale cena prevista in prigione quella sera, ma rifiuta anche quella.
  • Barton Kay Kirkham, Utah, 1958. Pizza e gelato, « per avere formaggio, carne, tutto in un solo piatto, senza casini inutili. »
  • Charles Starkweather, Nebraska, 1959. Rifiuta la solita cena a base di carne ai ferri, chiede un tagliere di salumi.
  • Daniel Anthony Lucas, Georgia, 2016. Pizza con carne, calzone con carne e formaggio, champignon ripieni, insalata dello chef condita con mostarda al miele e salsa bianca all’aglio, una spremuta di arance.
  • David Mason, California, 1993. Camera a gas. Rifiuta una cena speciale, chiede di avere a disposizione nella sua cella acqua gelata mentre aspetta di essere chiamato.
  • Desmond Keith Carter, North Carolina, 2002. Rifiuta una cena speciale. Riceve due hamburger al formaggio, un panino alla carne, e due coca-cola dalla mensa della prigione. Gli vengono sottratti 4 dollari e 20 centesimi dal conto.
  • Dobie Gillis Williams, Louisiana, 1999. 12 barrette di cioccolato e un po’ di gelato.
  • Douglas Wright, Oregon, 1996. Una ciambella al miele.
  • Edward Hartman, North Carolina, 2003. Insalata greca, linguine con salsa alle vongole, hamburger al formaggio con salsa alla ciliegia, pane all’aglio e una coca.
  • Eric Wrinkles, Indiana, 2009. Costolette, una patata ripiena al forno, braciole di maiale con patate fritte, qualche panino al burro e due insalate con salsa bianca all’aglio. Il tutto servito 3 giorni prima dell’esecuzione perché secondo il sistema delle prigioni dell’Indiana i condannati a morte tendono a perdere l’appetito avvicinandosi alla fine.
  • Gary Lee Davis, Colorado,1997. Gelato al cioccolato e vaniglia, condiviso con il sovrintendente e il direttore della prigione.
  • Gary Gilmore, Utah, 1977. Plotone d’esecuzione. Un hamburger, uova sode, una patata al forno, qualche tazza di caffè, e tre bicchierini di Jack Daniel’s di contrabbando.
  • Gary Michael Heidnik, Pennsylvania, 1999. Due fette di pizza al formaggio e una tazza di caffè.
  • Gary Carl Simmons, Jr., Mississippi, 2012. Iniezione letale. Una Pizza Hut Medium Super Supreme Deep Dish con doppia porzione di funghi, cipolle, peperoni messicani, e salame piccante. Una seconda pizza ai tre formaggi, olive, peperoni, pomodoro, aglio e salsiccia italiana, 10 pacchetti da 200 g di Parmigiano, 10 pacchetti da 200g di salsa bianca all’aglio, un pacchetto familiare di Nachos al formaggio, 200 g di nachos piccanti, 100 g di peperoni messicani a fette, 2 frappé alla fragola, due coca-cole alla ciliegia da 600ml l’una, patatine fritte Super Size ordinate da Mcdonald’s con maionese e ketchup extra, e un chilo di gelato alla fragola. Mangia circa la metà del pasto ordinato.
  • Ignacio Cuevas, Texas, 1991. Pollo, ravioli, riso al vapore, pane a fette, fagioli neri, tè freddo.
  • James Edward Smith, Texas, 1990. Una manciata di terra, che gli viene negata. Si accontenta quindi di uno yogurt.
  • Joe Arridy, Colorado, 1939 (assoluzione postuma nel 2011) . Camera a gas. Gelato.
  • John Albert Taylor, Utah, 1996. Farmaco anti-acidità, una sigaretta, e pizze « con sopra tutto ».
  • Lawrence Russell Brewer, Texas, 2011. Due petti di pollo fritto in salsa con cipolle a fette, triplo cheeseburger al bacon, un’omelette al formaggio con carne tritata , pomodori, cipolle, peperoni, peperoni messicani, okra fritta con ketchup, mezzo kilo di carne alla brace con un mezzo filone di pane bianco, tre fajitas con contorno, una Pizza Carnivora, tre bibite, mezzo chilo di gelato alla vaniglia, un pezzo di caramello al burro di arachidi con noccioline intere. La richiesta viene accettata, ma il condannato rifiuta il pasto dicendo che non ha fame. In seguito a questo episodio il Texas non concede più ultime cene per i condannati a morte.
  • Ledell Lee, Arkansas, 2017. Sceglie di fare la comunione come ultima cena. Un’ostia consacrata.
  • Mark Hopkinson, Wyoming, 1992. Una pizza, condivisa con sua madre e altri membri della famiglia.
  • Odell Barnes, Texas, 2000. Come ultima cena chiede « Giustizia, eguaglianza e la pace nel mondo ».
  • Philip Workman, Tennessee, 2007. Rifiuta un’ultima cena per sé stesso ma chiede che una grande pizza vegetariana sia regalata a una persona senza fissa dimora. La richiesta non è accettata dalla prigione. Migliaia di pizze vengono distribuite da volontari ai senza-tetto per onorare la richiesta di Philip.
  • Ricky Ray Rector, Arkansas, 1992. Bistecca, pollo fritto, bevanda disidratata in polvere al gusto di ciliegia e una crostata di noci pecan. Rector, mentalmente incapace dopo il suo tentativo di suicidio in seguito all’uccisione di un poliziotto, non mangia la crostata: la conserva per dopo.
  • Ronnie Lee Gardner, Utah, 2010. Aragosta, bistecca, torta di mele, gelato alla vaniglia, 7 Up, guardando la trilogia del Signore degli Anelli.
  • Stephen Wayne Anderson, California, 2002. Due panini al formaggio grigliato, mezzo kilo di ricotta, polenta, crostata alla pesca, mezzo kilo di gelato ai biscotti e ravanelli.
  • Terry Jess Dennis, Nevada, 2004. Due cheeseburger e una coca con ghiaccio.
  • Thomas J. Grasso, Oklahoma, 199. Due dozzine di cozze al vapore, due dozzine di vongole al vapore, doppio cheeseburger, mezza dozzina di costolette, due frappé alla fragola, mezza crostata alla zucca con panna montata e fragole, una scatoletta da 450 g di spaghetti con polpette servita a temperatura ambiente. Dopo la cena fa una dichiarazione ufficiale dicendo che come pasta aveva richiesto anelletti e non spaghetti.
  • Velma Barfield, North Carolina, 1984. Iniezione letale. Rifiuta l’ultima cena, prende solo un pacchetto di patatine al formaggio e una coca-cola.
  • Victor Feguer, Iowa, 1963. Un’oliva, con nocciolo.
  • William Bonin, California,1996. Iniezione letale. Due pizze alla salsiccia e salame piccante, tre porzioni di gelato al cioccolato, e tre pacchi da 6 di lattine di coca-cola e di pepsi.

Fonte: Wikipedia (https://en.wikipedia.org/wiki/Last_meal)

Traduzione: Andrea Verga

L’Italiana in Algeri

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Crédit : Rosellina Garbo

Teatro Massimo di Palermo

Dal 23 al 30 novembre 2017

 

Se avete 11 minuti a disposizione (e se non li avete, vi sfido a trovarli sottraendoli alle varie armi di distrazione di massa), vi invito, prima di tutto, a vedere « L’Italiana in Algeri » di Giannini e Luzzati , disponibile in libreria e sul web, ora restaurata con colori sgargianti e ghirigori che sembrano uscire dallo schermo. Siamo nel 1968. Luzzati e Giannini lavorano insieme già da una decina d’anni. Con loro collaborano artisti del calibro di Gianni Rodari e di Paolo Poli. I due autori s’ispirano, pur divertendosi a modificare e a semplificare la trama, all’omonimo « dramma giocoso » di Rossini. Ora dal 1968 spostiamoci all’anno duemila. Il Teatro Massimo ha da poco riaperto i battenti dopo una trentina d’anni di lavori. Affida a Maurizio Scaparro la regia di un’opera. Il regista romano sceglie l’Italiana, perché Palermo vuol dire mar mediterraneo e il capolavoro di Rossini è un’opera che ha come protagonisti proprio il mare e il porto, nelle parole del regista, « un grand hotel, con gente che va e gente che viene. Naufragi, speranze, sogni, immigrazioni ed emigrazioni »,  » quasi un altro protagonista capace a sorpresa di condizionare i nostri giochi e quelli di Rossini ». Il regista si ricollega all’attualità dell’epoca, sono gli anni della legge Turco-Napolitano, l’immigrazione diventa un « problema » onnipresente. E chiama il suo amico Lele Luzzati, di cui aveva apprezzato il lavoro con Giannini, e la grande costumista Santuzza Calì per interpretare al meglio quell’Algeri allo stesso tempo così vicina e così lontana, come le due sponde che il mediterraneo divide e unisce. Torniamo adesso ai nostri giorni, autunno 2017. Il maestro Luzzati è morto ormai 10 anni fa ma è come se fosse vivo:  appare come scenografo nel libretto e uno spettatore assolutamente non sprovveduto, conosciuto durante la pausa tra il primo e il secondo atto, mi giura, entusiasta dello spettacolo, che è vivo e vegeto, in ottima salute, e mi dispiace così tanto contraddirlo che non insisto, non vorrei deluderlo troppo.

Insomma squadra che vince non si cambia: lo spettacolo è riproposto oggi, in una Palermo di nuovo orlandiana e decisamente più multietnica, col tema del mare e dell’immigrazione sempre più presente. Uguale uguale, regista, scenografo, costumista,  perfino Simone Alaimo che interpreta ancora Mustafà (suo ruolo cult, tanto che la sua casa al mare si chiama, racconta in un’intervista, « villino Mustafà »). Un cast di eccellenza siciliana, anche se un po’ stanco, forse, nella replica a cui ho assistito, tra cui spiccano ovviamente una bravissima Marianna Pizzolato perfettamente a suo agio vocalmente e teatralmente nel suo ruolo rossiniano preferito, un’Isabella simpatica, ironica, vitale, intelligente e un buffissimo Vincenzo Taormina nel ruolo di Taddeo, che spontaneo, si diverte un mondo insieme al pubblico, pur mantenendo un perfetto controllo vocale.

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Crédit : Rosellina Garbo

 

Il resto lo fa la musica di Rossini, che Stendhal definì « una follia organizzata e completa », e che si fonde perfettamente col geniale libretto di Angelo Anelli, in quest’opera che sempre Stendhal definì « la perfezione del genere buffo ».

E’ quindi un piacere rileggere le note di regia di Scaparro del 2000 che avrei voglia di citare per intero, che sembrano avvalorare la tesi secondo cui quest’opera non parla tanto dell’Algeria, quanto dell’Italia:

Se fossi psicologo (…) mi domanderei quale prodigio abbia consentito al Rossini giovane una così vasta esperienza umana, almeno apparente, quella sapiente comicità con cui dipinge tutti i personaggi dell’Italiana, giovani e vecchi, uomini e donne, italiani e “algerini” e quell’ironia attorno al gioco amoroso, che talvolta potrebbe perfino nascondere una vena autobiografica malinconica. La comicità dell’Italiana assume così connotazioni che vanno ben oltre il pur evidente rapporto con l’eredità dei comici dell’arte, dando spesso un segnale di sorprendente modernità. Basti pensare, un esempio per tutti, alla fine del primo atto con un concertato di campanelli, martelli, cornacchie, boom boom, crà crà, tactà, che sembrano anticipare alcune esperienze dell’avanguardia letteraria e musicale del primo Novecento. (…) Vorrei aggiungere alcune riflessioni sulle “turcherie” di questa Italiana(…). È evidente che in questa improbabile “Algeri”, Rossini si è divertito alle spalle di un mondo poco conosciuto, oggetto di facile e un po’ rozzo scherno, traguardo di tante opere buffe. Mi sembra per la verità che questa volta Rossini si sia voluto divertire in eguale misura dei “turchi” e degli “italiani”, di cui peraltro conosce anche meglio i difetti, fino a costruire con Isabella e Taddeo una coppia di straordinario e vitalissimo divertimento. A “Mammaliturchi” Rossini sembra aggiungere con il sorriso anche “Mamma gli italiani”, e questo anche consente di leggere I’Italiana con distacco divertito e inevitabilmente attualizzabile.
Di veder e non veder,

Di sentir e non sentir,

Per mangiare e per goder

Di lasciare e fare e dir,

Io qui giuro e poi scongiuro

Pappataci Mustafà.

 

Una satira immortale della nostra società, che, impaurita, sembra aderire perfettamente al motto « Pappa e taci »,  e del clima omertoso e mafioso che sembra avvolgere da sempre e per sempre la nostra bella penisola. Società in cui però esiste (resiste) un’aristocrazia dello spirito, anzi dell’intelligenza un po’ cattivella, di cui Isabella/Marianna è la capitana indiscussa, che si contrappone alla pericolosa scemenza dei potenti e degli aspiranti tali.

Andrea Verga

Risiko

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Un disegno di Camilla Pizzichillo

Rischio baci. Risichi, mischi, o rosichi baci e rischi?

Sotto il vischio fammi un fischio.

Lingue storte, paion morte.

Oppure, sotto l’ibisco, vortici

salivici, estivici, passatempi.

 

Senti, coi denti, fa’ attenzione

non è una tenzone.

Metto il setto tra la guancia e la tua pancia.

Metti il petto tra i petali di gelsomino

e in un trip affetto mi raggiungi nel letto.

 

E io caccio, pesco, non evado il fisco,

e, inutilmente tisico, pascio.

Che pasciuto scempio.

 

Ti ho amato, empio, poscia, nudo, adempio

ti lascio e t’empio di messaggi nostalgici

con le natiche accese.

 

Domani cellulari spenti.

E ora, come ti senti?

 

Andrea Verga

 

 

Poesia scritta durante il laboratorio di scrittura collettiva itinerante Newbookclub ideato dallo scrittore Alessio Castiglione (https://alessiocastiglione.it/newbookclub)
Parola del giorno: Rischio
Sottotitolo: “Baci tutti quelli che incontri per trovare qualcuno che ami…quanto te stesso!”

Le mille bolle blu

 

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Il teatro Ditirammu è molto piccolo, il « teatro più piccolo del mondo » si legge a volte. Ma stasera siamo in tanti. Non ci entreremmo assolutamente. Veniamo però accolti, in questa piacevole e fresca serata di fine estate, nel cortile antistante il teatro, un tipico cortile palermitano, pieno di piante e di balconi. Foglie di potos pendono languide mentre manici di scopa, probabilmente legati da qualche laccio che approfitta del crepuscolo per rendersi invisibile, aderiscono magicamente all’intonaco, quasi fossero enormi gechi. Un ricordo, improvviso: l’ultima volta che entrai qui. Ero piccolo, un bambino, in visita dai nonni palermitani. In questo cortile, anzi, all’interno del teatrino, assistimmo, un po’ per caso, a uno spettacolo di pupi, in quelle rare gite in centro che l’incatenarsi dei pasti natalizi ci permetteva. Che gioia, nutrire un po’ lo spirito oltre alla panza. Ma… torniamo a noi. Qui, ora, c’è un’atmosfera festosa, di famiglia. C’è un’emozione palpabile. Se fai la tessera dell’associazione, ti viene offerto un piatto di pasta, anelletti al forno. Una cooperativa sociale fondata da persone passate dall’esperienza del carcere e poi diventate maestri pasticcieri vende dolci. Mentre i miei vicini parlano di Giappone e di danza Butoh (« nonostante le differenze culturali, io e un tedesco, quando diciamo io, facciamo riferimento alla stessa cosa; un giapponese, no »), una signora anziana cala un paniere dal balcone. Aspetta pazientemente col paniere calato, non si sa cosa. Mi chiedo per un momento se la scena fa parte dello spettacolo. Lei rimane col paniere calato, guardandosi intorno. Sembra aver bisogno di qualcosa. Sto per alzarmi e andare a chiederle se posso aiutarla, poi vedo un bambino che la indica facendo cenni a un signore. Il signore accorre al panierino mettendoci dentro due birre ghiacciate, forse destinate agli ospiti che affollano l’altro balcone (una famiglia, 3 generazioni), forse destinate alla signora stessa, forse al marito, a un’amica, chissà. (La signora comunque si guarda tutto lo spettacolo da sola in piedi dal suo balcone). Si spengono le luci, si guadagna faticosamente il silenzio.

Lo spettacolo è costruito come una lettera d’amore di Nardino, barbiere figlio di barbiere, a Emanuele, avvocato figlio di avvocato.

Due vite che non sembravano essere destinate a incontrarsi, non intimamente, per troppi motivi, in una città e in un paese attraversati da fratture sociali così profonde come la Palermo e l’Italia del dopoguerra e del boom economico. Eppure la loro relazione riesce a rompere le barriere sociali e a oltrepassare la normale, cordiale relazione tra un cliente e il suo barbiere di fiducia. Il loro amore rimescola le carte, un amore omosessuale, di per sé stesso eversivo. Un amore che è anche un ricomporre una frattura, un’esplorazione appassionata delle origini: il padre di Emanuele che ora vanta uno studio in via Libertà è in realtà nato nel quartiere, povero e periferico, dove il padre di Nardino esercita la professione di barbiere.

Nardino ed Emanuele si amano quindi clandestinamente, di amore vero. Ma Emanuele muore, di malattia. Ecco quindi il pretesto narrativo: il ricordo intimo di Nardino del suo amato Emanuele, un ricordo urlato, pianto, viscerale, erotico, arrabbiato, tenero, scandaloso, un ricordo che si contrappone al ricordo ufficiale, pubblico, freddo, dell’uomo Emanuele da parte della famiglia e della buona società palermitana che in fondo non lo conoscono, non in tutti i suoi aspetti. E quando il dolore della separazione lo travolge, quando fa troppo male, ha bisogno del dialetto come un Cristo che sulla croce abbandona il sofisticato greco per urlare nell’aramaico materno « Eli, Eli, lama sabachtani? », « Signore, signore, perché mi hai abbandonato? ».

Il ricordo dell’unica persona che lo conosceva intimamente, nella sua verità. Un amore su cui pesa la clandestinità, ma anche i non-detti, i silenzi. Nardino sembra ricordarsele tutte quelle conversazioni dopo aver fatto l’amore nella villa di Carini di Emanuele che diventa il loro nido (e la moglie non chiede nulla di tutte queste assenze, forse rassegnata ad aver sposato una maschera). Una volta Emanuele gli confessò che lui era l’unica persona che avesse mai amato. Ma Nardino non rispose nulla, e ora ci chiama a testimoni di questo suo silenzio colpevole. Una persona che ha vissuto tutta la vita con una maschera e che se la toglie proprio a teatro, il luogo delle maschere. « Confessioni di una maschera » che mi fanno pensare al grande scrittore giapponese omosessuale Yukio Mishima ma anche all’immenso Jean Genet che durante il maggio parigino, pur appoggiando il movimento, critica l’occupazione dell’Odéon, dicendo che il teatro è in fondo l’unico posto in cui la menzogna è dichiarata, l’unico posto, cioè, in cui paradossalmente si dice la verità.

Filippo Luna si fa possedere da Nardino, dal bellissimo testo di Antonio Rezzo, tratto da una storia vera, usando il corpo e la voce come uno strumento musicale con cui suonare questa elegia, questo lamento tragico, a tratti comico, questo disperato e riuscito tentativo di dare voce, come abbiamo detto, ad almeno un pezzettino della verità, che poi sarebbe la funzione dell’arte.

Da nove anni l’attore palermitano, che firma anche la regia, porta questo spettacolo in giro per la Sicilia e l’Italia. Lo avvicino alla fine dello spettacolo per congratularmi, con gli occhi lucidi, come molti altri spettatori. Mi dice di sentirsi ogni volta più vicino a questo personaggio, che comincia a corrispondergli anche anagraficamente. Questo spettacolo ha sigillato per lui un doppio ritorno: a Palermo, che aveva lasciato per Roma, e al teatro, la sua passione, che aveva messo da parte per lavorare nell’editoria. Poi due chiacchiere con l’autore, Antonio Rezzo, che invito caldamente a pubblicare il testo. Infine con Elisa Parrinello, che ho avuto il privilegio di aver visto lavorare in altre occasioni. Sentendo i saluti di Elisa al pubblico e parlando con un po’ di persone capisco il motivo di tanta commozione, fin da prima che cominciasse lo spettacolo. Il teatro, questo teatro, con le foglie di pothos, i balconi, i pupi, Filippo Luna, la famiglia Parrinello, Antonio Rezzo, il dialetto siciliano, le canzoni, i piatti di pasta, questo teatro che fu il sogno e poi, mi sembra di capire, a volte anche un po’ l’incubo del suo fondatore, Vito, che ci ha lasciato pochi mesi fa e che oggi assiste allo spettacolo, come dice poeticamente Rezzo « da lassù, dal più privilegiato dei loggioni », sta chiudendo. La cronaca lo conferma. Mentre scrivo questo articolo, in ritardo, come sempre, cerco Ditirammu su internet per guardare le date dello spettacolo e m’imbatto sulla bella, bellissima lettera di Elisa e dei fratelli Parrinello che sugella, almeno per ora, la fine (anche se per fortuna i laboratori continueranno altrove, anche se sicuramente non sarà la stessa cosa) di questo luogo meraviglioso fuori dal tempo, che egoisticamente rimpiango ancora di più, perché ho avuto solo occasione di sfiorarlo. Una decisione seria, grave, presa dai fratelli Parrinello in un dialogo incessante col papà, quando c’era e ora che fisicamente non è più tra noi.

 

Ci diceva sempre: “Io volevo solo suonare la chitarra e sentire vostra madre cantare”. (…) Troppo stanco, troppa politica, anticamera e cose che con l’arte e il sentimento non c’entrano proprio nulla. E allora facciamo quello che pensava di fare Papà, sospendiamo tutte le attività del Ditirammu: magari è vero Palermo non ha bisogno di noi. Troppa bile, qui rischiamo davvero la pelle, arte a costo della vita? No grazie.

 

Ovviamente Palermo ha bisogno di voi. E pure io. Chi vivrà vedrà (l’arte è amica dei miracoli).

Andrea verga

Foto di René Purpura e di Roberta Modica

 

« Le mille bolle blu », al Teatro Ditirammu il 7-8-12 settembre 2017

Di e con Filippo Luna. Testo di Antonio Rizzo

 

Bouts de thérapie

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Une photo de Lara Cani

Je vois tout
je comprends tout
J’entends tout
j’écoute tout
Je vais partout
Je suis nulle part
Je me sens de nulle part
Je connais l’euphorie
Des corps nés pour aimer d’autres corps
Et l’hésitation de ces mêmes corps blessés
Qui se croient immortels
Et leur beauté que je ne saurai expliquer.

J’ai besoin de m’accrocher
Laisse-moi être ton koala
Ou alors donne-moi un figuier
C’est après qu’on chantera.

Mais pourquoi la peur?
Où se cache le triton?

– C’est pas drôle, monsieur
On ne joue pas avec les âmes
La vie c’est du sérieux
C’est votre mari? Êtes-vous sa femme?

– C’est compliqué à expliquer
Je crois que nos corps ont besoin de contact
Ce n’est pas pour vous épater
C’est l’huile de coco, on n’a fait aucun pacte.

– Où allez-vous? Que cherchez-vous?
Où est la poésie?
C’est un amour à deux sous!
T’as même peur de te faire penetrer, chérie!

– J’ai toujours peur, j’ai toujours envie
Je ne cherche point d’âmes soeurs, je suis moi-même l’homme de ma vie…

(Quant à la poesie, elle repose là où on la cherche le moins
Soeur des insectes, fille du moment présent)

Je suis addicte à ma liberté, tu sais?
Dans une journée le moment que je préfère
C’est quand je ne sais pas ce qui va me passer…

– Tout t’est licite mais tout t’est-il utile?
Est-ce que tu as choisi la voie de l’amour?
– J’essaie de l’attraper, ce n’est pas facile
Je suis sur ma voie, il n’y a pas de detours.

Ça ne me dérange pas du tout
De caresser des cuisses et d’être sans un sou.

J’essaie juste de ne pas trop salir
Cet espace sacré que nous donne la vie.

(Mais des fois j’ai l’impression
Qu’au lieu de vivre
Je prends des notes
Pour les vies qui viendront)

Tout le monde est blessé.
Tout le monde a blessé.
Tout le monde essaie de se soigner.
Personne n’est coupable de rien.
On n’a pas pu faire autrement, on ne peut pas forcer.

On croit encore au mythe de la séparation.
On oublie que chaque jour on peut tout recommencer.

Le problème de l’autre c’est qu’il n’est point nous.
C’est aussi son intérêt.
L’autre est un beau voyage à l’étranger.

(A la fois on est pas si différents
Si tu penses, comme moi,
Que tout ce que t’as pu ressentir
Dans ta vie, ben, je l’a ressenti aussi).

Tu es beau parce que tu es réel…
Tu es beau parce que je t’ai vu…
Parce que on a pu se toucher, se croiser, se croire…

Je te crois, vraiment. Je crois dans ton chemin.

Je crois en toi, puisque tu es un être humain…

Andrea Verga

Che la terra ti sia lieve, Juan Sin Tierra

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Juan Goytisolo nel 1985 a Parigi. Credit Ulf Andersen/Getty Images

E poi in questi giorni malinconici e insulari, di nostalgia per il mio periodo barcellonese- che a posteriori mi sembra la mia età dell’oro- e di simpatia e appoggio morale per gli amici che vivono lì- quasi tutti a favore dell’indipendenza, che siano di origine catalana o no- e per questo popolo, tra i più aperti e civili che io abbia mai conosciuto- mi viene comunque voglia di sentire una voce fuori dal coro- per forma e per contenuto. Una voce non ideologica, senza bandiere, che brilli di luce propria, che sia “una fiamma che afferma”, per usare le parole del poeta Auden. Una voce che sia solo una voce, senza attributi, una voce “né/né”. Né nazionalista catalana, né (neo)franchista. La voce di un « senza terra ». Un uomo che da anni immagino di andare a trovare- il viaggio a Marrakech, l’arrivo nella piazza centrale, la mitica Jamaa el Fna, cercarlo tra i tavolini, un anziano signore spagnolo che legge « El país » bevendo té alla menta, non trovarlo, chiedere ai camerieri, tutti lo conoscono, è soprattutto grazie a lui che la piazza è diventata patrimonio UNESCO e si è salvata dalla speculazione, scoprire che è a Parigi, o a New York, o a La Habana o a Almería o a Barcellona dai nipotini- ma torna presto, forse domani, aspettarlo quindi bevendo té alla menta, come lui, come quasi tutti, leggendo uno dei suoi capolavori illeggibili, un po’ perché sperimentali, troppo colti, riscritture di testi sufi medievali, parodie in chiave erotica e omosessuale di poemi del 500 a loro volta parodie di poemi del 400, un po’ perché ovviamente ti ostini a volerli leggere col tuo spagnolo in fondo approssimativo, non letterario, nel suo spagnolo sublime, intriso dei classici, che hai pure vanamente cercato di decifrare a suo tempo, Don Chisciotte in testa. E concentrarti diventa un’impresa ancora più difficile se cedi con lo sguardo agli incantatori di serpenti e alle ciglia lunghe e fitte del cameriere. Sì, in questo caos, hai proprio bisogno di sentire questa sua voce grave, di scrittore vero, anzi di « apprendista scribacchino » come si è umilmente definito qualche anno fa nel suo bellissimo discorso di accettazione del premio Cervantes.  

 

In termini generali, gli scrittori si dividono in due gruppi: quelli che concepiscono il loro compito come una carriera e quelli che lo vivono come una dipendenza. Chi rientra nella prima categoria cura la propria promozione e visibilità mediatica, aspira al successo. Chi rientra nella seconda, no. Fare il proprio dovere rispetto a sé stesso gli basta e se, come capita a volte, la dipendenza gli procura dei benefici materiali, passa dalla condizione di dipendente a quella di spacciatore o di rivenditore.

Chiamerò quelli della prima classe letterati e quelli della seconda semplicemente scrittori o più modestamente incurabili apprendisti scribacchini.

 

Sì, dov’è finita in questo chiasso questa voce chiara, la voce di « Juan sin tierra », di Juan Goytisolo?

Allora chiedi al mago google che, implacabile, ti dà notizia della sua morte, ormai 4 mesi fa. All’inizio ti dici, ma no, avrò digitato male, sarà uno dei fratelli, José, Augustín, come è che si chiama, tutti scrittori, uno è morto un po’ di tempo fa, mi sembra di ricordare. Non può essere lui, io devo incontrarlo e lui sarà il mio maestro, mi consiglierà, mi illuminerà la strada. E invece è proprio lui, Juan, Goytisolo Gay, morto, il 4 giugno 2017, a Marrakech.

Avrei dovuto incontrarlo prima, agire invece di immaginare. Mostrargli la mia produzione spagnola, sicuramente le cose migliori che ho scritto,  « Poemas Escondidos », « Poesie nascoste », stampate in decine di copie, clandestinamente, nell’ufficio della Nespresso, in cui insegnavo francese, in times new roman 12 su fogli A4, o il racconto « Sembrarse », « Seminarsi » (la traduzione italiana del titolo è oscena, sembra uno che scappa da sé stesso usando un lessico da inseguimento, da film d’azione, invece il racconto parla di semi, del nostro potenziale inespresso) e poi mentre mi legge scrutare i suoi occhi azzurri o le pieghe della sua bocca- per capire se gli piace, se capisce, se sta seguendo, se mi sta capendo.

Avrebbe detto cose intelligentissime e soprattutto vere sulla questione catalana, da catalano e spagnolo, ma soprattutto da apatride, di nazionalità « cervantina ». Moderate, in fondo. Lui, che era per una Spagna repubblicana e federale. Forse avrebbe parlato degli ultimi, quelli che rimangono fuori dai dibattiti, perché semplicemente non sembrano esistere, i tanti migranti che vivono in Catalogna e che non hanno neppure potuto votare, e che comunque non si sentono né catalani né spagnoli, i “né/né”, i “sin tierra”, come lui.

Come quando, sempre nella cerimonia del premio Cervantes, immaginava un Don Quisciotte contemporaneo

 

ai piedi delle sbarre di Ceuta e Melilla da lui visti come castelli incantati con ponti levatoi e torri merlate che soccorre degli immigranti il cui unico delitto è il proprio istinto di vivere e l’ansia di libertà.

 

Viveva in esilio prima forzato poi volontario non solo dal suo paese, « madrastra inmunda, país de siervos y señores », ma anche dalla sua classe sociale: non voleva essere seppellito in terra cattolica ma ancor meno nella tomba di famiglia, una riproduzione allo stesso tempo austera e kitsch del duomo di Milano nel cimitero barcellonese di Montjuic, costruzione simbolo per lui di « tutto l’orrore della classe borghese e sfruttatrice » in cui sembrava essere nato per sbaglio.

Ti avrei scelto come maestro, Juan, così a scatola chiusa, conoscendo alla fine molto poco della tua sterminata produzione. Ma non ci sei più.

Ovunque andavi ti facevi volere bene: a Parigi dove frequentavi i bassifondi, Sentier, allora araba poi turca, oggi cinese, Barbès, Clichy…ma anche gli scrittori e gli intellettuali tra cui quella Monique, tua moglie, tuo grande amore, un amore speciale ma di grande profondità se pensi che forse fu proprio lei che ti diede la forza per dichiarare pubblicamente la tua omosessualità … A Marrakech dove tutti ti conoscevano e ti riconoscevano come un uomo semplice e un grande scrittore e dove in pochi ti avevano letto ma sapevano che l’arte non si vede solo dall’opera, si vede da come uno è, che l’arte è forse una scusa e un mezzo per essere un po’ più umani.

tomba jean genet
La tomba di Jean Genet

Ma una buona notizia c’è, ed è che oggi riposi nel tuo Marocco, nel cimitero spagnolo (nonostante tutto) di Larache, una cittadina sull’oceano, vicino Tangeri, abbastanza anonima, famosa per gli aranci e il cui nome in berbero vuol dire “La soffitta”. Là riposi in una tomba semplice, con una croce (non si capisce perché, visto che eri ateo fino al midollo eppure in qualche modo anche un mistico), accanto a molti soldati spagnoli e accanto al tuo maestro e amico Jean Genet, lui senza croce, la sua tomba ha la forma di un sasso bianco, lui ha scoperto questa cittadina, scappando dalla folla di artisti occidentali in cerca d’ispirazione decadente a Tangeri. Un altro grande scrittore, anche lui omosessuale, un altro grande nomade, un altro grande amante del Marocco, un altro che non sopportava il suo paese e che è stato accolto dal popolo marocchino come uno di loro, tanto che adesso è considerato un santo sufi col nome di « Sidi Gini » e che le donne vanno sulla sua tomba a chiedere benedizioni, come racconta lo scrittore marocchino Abdellah Taia (ed è così che la prima persona che parlò ad Abdellah di Jean Genet, suo futuro maestro letterario, fu sua madre, che è analfabeta).

Juan, Jean, Abdellah, perfino Wystan (Hugh Auden) che cito all’inizio…Tutte sorelline, come io chiamo tra me e me gli artisti gay, soprattutto gli scrittori, perché vi sento proprio vicini, uno di voi, abitatori scandalosi di frontiere. (Anch’io amo il Marocco. Ci ho passato solo 3 giorni ma ho conosciuto delle persone meravigliose. Lì, per la prima volta in vita mia, ho sentito il desiderio di comprarmi una casa e mi sono pure informato sui prezzi. Anch’io non sopporto le frontiere assassine. Anch’io non mi sono mai sentito della mia nazionalità.)

E quindi ora vi lascio riposare nelle vostre tombe bianche di fronte all’oceano, Juan et Jean, miei maestri, mie sorelline, cullati dal canto eterno delle onde e dei muezzin. Un giorno vi verrò a trovare.

E, come ha detto qualcuno, « que la tierra te sea leve, Juan sin tierra« .

Andrea Verga

Artisti e Artigiani d’eccellenza – Costumi di scena del Teatro Massimo

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Costume di Francesco Zito: Pistola / Ford, Falstaff. Fotografia di Andrea Verga.

Mostra ideata e curata da Gloria Martellucci, architetto e studiosa di storia urbana e di storia teatrale. Ha collaborato Anna Tedesco

11 maggio – 11 giugno, prorogata fino a metà Settembre

 

« Se ci pensi i costumi sono l’unica cosa concreta, che si può toccare, che resta di un grande spettacolo ». Con questa semplice frase Gloria Martellucci, curatrice e ideatrice della mostra, mi restituisce l’urgenza e la passione con cui è andata a stanare dai depositi del Teatro Massimo di Palermo costumi e bozzetti, veri e propri capolavori a opera di grandissimi artisti, di scenografi e costumisti italiani e internazionali per mostrarli al pubblico e agli appassionati. Un’occasione tra l’altro per schedarli e per cominciare a creare, grazie al fondamentale catalogo, un inventario di tutte queste perle nascoste. Qualche nome? I pittori e disegnatori Luzzati, Afro, Guttuso, Altan, Scialoja, Sironi. Poi: i premi nobel Danilo Donati, Franca Squarciapino e Piero Tosi; Francesco Zito, prolifico collaboratore del Teatro Massimo, che nella stagione che si sta concludendo ha firmato i costumi di un’elegante Traviata che s’ispira al Liberty palermitano e di Tosca.

Questi costumi e bozzetti sono una testimonianza vivente, tangibile, appunto, di produzioni di grande creatività e qualità, opere di « Artisti e Artigiani d’eccellenza » per riprendere il bel titolo della mostra. Testimonianza di un’arte nel senso etimologico del termine, dal latino Ars (da cui viene anche Artigianato) che corrisponde al greco Techné, da cui noi abbiamo ereditato la parola Tecnica, che abbiamo poi relegato nell’uso ad ambiti, appunto, tecnico-scientifici, prigionieri di una visione romantica dell’arte come pura ispirazione. Una visione basata, tra l’altro, su una gerarchia delle arti, in cui primeggiano la Poesia e la Musica, che considera i costumi e le scene come elementi accessori, opere, appunto, di artigiani e non di artisti. Questa mostra ha il merito, fondamentale, di aiutare a ricucire questa separazione assurda e superata, tra artisti E artigiani. Perché ogni grande spettacolo è unico e uno, ogni elemento concorre alla sua realizzazione. Non ci sono elementi accessori, tutto è necessario. E anche perché si tratta di una divisione che non regge storicamente. Prendiamo un esempio fiorentino: il grande costumista Piero Tosi fu allievo del pittore Ottone Rosai, a sua volta figlio di un artigiano…

La mostra è nata da un’idea di Gloria Martellucci, fondatrice e consigliere dell’associazione Amici del Teatro Massimo, per festeggiare i 20 anni dalla riapertura del teatro. Inizialmente doveva durare un mese, ma è stata giustamente prorogata fino a metà settembre. E’ allestita nella sala pompeiana, probabilmente la più bella di tutto il palazzo, con quella cupola che potrebbe ricordare il pantheon e quegli affreschi colorati e danzanti.

L’allestimento è affascinante. Cominciamo con un cartellone esplicativo, poi i bozzetti, adagiati in semplici ed eleganti bacheche con lo sfondo rosso (alcuni meravigliosi, indimenticabile la Clitennestra di Luzzati), e qualche costume, il tutto esposto in modo chiaro e « scientifico » nella luminosa galleria che collega la sala pompeiana con la sala dove si esercitano i ballerini e le ballerine. Poi si entra nella sala pompeiana dove si respira un’altra aria. Il tavolo tondo nel mezzo con sopra adagiati dei tessuti panneggiati e alcuni angoli ci ricorderanno un camerino o un boudoir di un palazzo veneziano: leggii bellissimi, di legno, a forma di lira, spartiti con le loro diciture poetiche « punta d’arco, fermamente », cappelli con piume di struzzo, maschere, tavolini, stoffe di velluto sapientemente « dimenticate » in un angolo, giochi di specchi.

Volendo sognare c’è abbondantemente il materiale, se pensiamo che quanto esposto è una parte infinitesimale dei depositi del teatro, per un vero e proprio museo del costume operistico o museo del Teatro Massimo tout court. La mostra e il bel catalogo, sempre a cura di Gloria Martellucci, potrebbero fare da modello per una futura sistematizzazione e catalogazione di tutto il patrimonio in questione. Un modo per omaggiare gli artisti e gli scenografi e la sartoria del teatro, definita dai professionisti del settore tra le migliori del mondo.

Quello che commuove e colpisce, comunque, a parte la qualità delle opere e dell’allestimento, sono i dettagli, la cura con cui sono state progettate e costruite, e poi allestite, le opere. La cura, cioè l’amore.

 

Andrea Verga