Ex anima

Ex anima au Théâtre zingaro…l’ambiance est chaleureuse, bruyante, populaire. J’ai la sensation d’être échappée à la ville pour arriver dans un abri magique. Tout semble un rituel…même l’entrée : nous sommes appelés par un personnage énigmatique. Il y a des bougies par tout.

Après un instant de noir le spectacle commence et c’est une suite de tableaux poétiques où on voit des chevaux interpréter l’humain dans la maladie, la mort, l’amour, la grâce, la joie et la monstruosité.
Les chevaux sont les protagonistes : des hommes et des femmes les accompagnent mais ils semblent à leur service comme des moines.

Ce spectacle reste pour moi une énigme. Les chevaux font-ils toujours la même chose ? Comme ils répètent ? Ils aiment bien être regarder ? Comment gérer, comment créer avec ces énormes bêtes ?

Tout est extrêmement touchant : pendant une heure et demie nous sommes littéralement envoutés par des images troublantes et bercés par une musique hypnotique.

J’ai ressenti une atmosphère proche à celle d’un certain théâtre traditionnel japonais mais aussi la sacralité du théâtre de Romeo Castellucci.

Il y a une quantité incroyable de références, on reconnaît en Bartabas un maître, même dans la dernière scène obscène qui nous montre cette accouplement directement sorti de la mythologie grecque où une Pasiphaé absente se fait monter par un séduisant étalon noir. Mais rien n’échappe à la poésie : un troupeau d’hommes et de femmes naît de cette union.

Chiara Darati

1993

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« Les premiers doutes sont apparus un peu à la même époque, quand il est devenu commun, pour dénoncer les dérives de la mondialisation et les faux-semblants de la fin de l’histoire, de comparer le monde à un aéroport. C’était une manière d’acter la fin définitive du style inter national, dont le terminal calaisien du tunnel marquerait l’une des apothéoses : aucun geste architectural, rien de commun avec une ville ancienne : seulement, autour des trois conduits invisibles du tunnel, un ensemble de bâtiment épars résumés à leurs fonctions, articulés entre eux par des signes univoques et semblables à ceux de toutes les zones logistiques. »

Aurélien Bellanger

La première chose c’est le verbe. Nous arrivons dans la salle et nous devons faire face à un mur de mots : celles de Fukuyama.
L’histoire est terminée nous vivons dans une boule à neigé fabriquée par le marché mondial. L’Europe est cette boule à neige dehors les gens crèvent comme des pigeons qui s’écrasent contre la vitre. Alors que dans la boule notre jeunesse dégénéré et molle profite des ses nuits Erasmus.​
1993 nous mets face à notre vacuité et indécence. Nous sommes pris dans l’éclat et nous pourrissons dans le bruits agréable du marché commun.
Le dernier travail de Julien Gosselin présente un dispositif intéressant.
Pour le spectateur il n’y a pas d’échappatoire il est cloué à son siège par une douche stroboscopique et par une musique puissante. Les comédiens ne sont,au début, que des voix ou des ombres alors que leur corps prennent toute leur place dans la deuxième partie, une fête Erasmus, en même temps filmé et projetée au-dessus de la scène…une fête banale qui se termine en retrouvaille nazi-fasciste pour trouver une alternative au vide.
Camilla Pizzichillo

 

1993 de Julien Gosselin et Aurélien Bellanger jusqu’au 20 janvier au T2G de Gennevilliers.

L’Italiana in Algeri

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Crédit : Rosellina Garbo

Teatro Massimo di Palermo

Dal 23 al 30 novembre 2017

 

Se avete 11 minuti a disposizione (e se non li avete, vi sfido a trovarli sottraendoli alle varie armi di distrazione di massa), vi invito, prima di tutto, a vedere « L’Italiana in Algeri » di Giannini e Luzzati , disponibile in libreria e sul web, ora restaurata con colori sgargianti e ghirigori che sembrano uscire dallo schermo. Siamo nel 1968. Luzzati e Giannini lavorano insieme già da una decina d’anni. Con loro collaborano artisti del calibro di Gianni Rodari e di Paolo Poli. I due autori s’ispirano, pur divertendosi a modificare e a semplificare la trama, all’omonimo « dramma giocoso » di Rossini. Ora dal 1968 spostiamoci all’anno duemila. Il Teatro Massimo ha da poco riaperto i battenti dopo una trentina d’anni di lavori. Affida a Maurizio Scaparro la regia di un’opera. Il regista romano sceglie l’Italiana, perché Palermo vuol dire mar mediterraneo e il capolavoro di Rossini è un’opera che ha come protagonisti proprio il mare e il porto, nelle parole del regista, « un grand hotel, con gente che va e gente che viene. Naufragi, speranze, sogni, immigrazioni ed emigrazioni »,  » quasi un altro protagonista capace a sorpresa di condizionare i nostri giochi e quelli di Rossini ». Il regista si ricollega all’attualità dell’epoca, sono gli anni della legge Turco-Napolitano, l’immigrazione diventa un « problema » onnipresente. E chiama il suo amico Lele Luzzati, di cui aveva apprezzato il lavoro con Giannini, e la grande costumista Santuzza Calì per interpretare al meglio quell’Algeri allo stesso tempo così vicina e così lontana, come le due sponde che il mediterraneo divide e unisce. Torniamo adesso ai nostri giorni, autunno 2017. Il maestro Luzzati è morto ormai 10 anni fa ma è come se fosse vivo:  appare come scenografo nel libretto e uno spettatore assolutamente non sprovveduto, conosciuto durante la pausa tra il primo e il secondo atto, mi giura, entusiasta dello spettacolo, che è vivo e vegeto, in ottima salute, e mi dispiace così tanto contraddirlo che non insisto, non vorrei deluderlo troppo.

Insomma squadra che vince non si cambia: lo spettacolo è riproposto oggi, in una Palermo di nuovo orlandiana e decisamente più multietnica, col tema del mare e dell’immigrazione sempre più presente. Uguale uguale, regista, scenografo, costumista,  perfino Simone Alaimo che interpreta ancora Mustafà (suo ruolo cult, tanto che la sua casa al mare si chiama, racconta in un’intervista, « villino Mustafà »). Un cast di eccellenza siciliana, anche se un po’ stanco, forse, nella replica a cui ho assistito, tra cui spiccano ovviamente una bravissima Marianna Pizzolato perfettamente a suo agio vocalmente e teatralmente nel suo ruolo rossiniano preferito, un’Isabella simpatica, ironica, vitale, intelligente e un buffissimo Vincenzo Taormina nel ruolo di Taddeo, che spontaneo, si diverte un mondo insieme al pubblico, pur mantenendo un perfetto controllo vocale.

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Crédit : Rosellina Garbo

 

Il resto lo fa la musica di Rossini, che Stendhal definì « una follia organizzata e completa », e che si fonde perfettamente col geniale libretto di Angelo Anelli, in quest’opera che sempre Stendhal definì « la perfezione del genere buffo ».

E’ quindi un piacere rileggere le note di regia di Scaparro del 2000 che avrei voglia di citare per intero, che sembrano avvalorare la tesi secondo cui quest’opera non parla tanto dell’Algeria, quanto dell’Italia:

Se fossi psicologo (…) mi domanderei quale prodigio abbia consentito al Rossini giovane una così vasta esperienza umana, almeno apparente, quella sapiente comicità con cui dipinge tutti i personaggi dell’Italiana, giovani e vecchi, uomini e donne, italiani e “algerini” e quell’ironia attorno al gioco amoroso, che talvolta potrebbe perfino nascondere una vena autobiografica malinconica. La comicità dell’Italiana assume così connotazioni che vanno ben oltre il pur evidente rapporto con l’eredità dei comici dell’arte, dando spesso un segnale di sorprendente modernità. Basti pensare, un esempio per tutti, alla fine del primo atto con un concertato di campanelli, martelli, cornacchie, boom boom, crà crà, tactà, che sembrano anticipare alcune esperienze dell’avanguardia letteraria e musicale del primo Novecento. (…) Vorrei aggiungere alcune riflessioni sulle “turcherie” di questa Italiana(…). È evidente che in questa improbabile “Algeri”, Rossini si è divertito alle spalle di un mondo poco conosciuto, oggetto di facile e un po’ rozzo scherno, traguardo di tante opere buffe. Mi sembra per la verità che questa volta Rossini si sia voluto divertire in eguale misura dei “turchi” e degli “italiani”, di cui peraltro conosce anche meglio i difetti, fino a costruire con Isabella e Taddeo una coppia di straordinario e vitalissimo divertimento. A “Mammaliturchi” Rossini sembra aggiungere con il sorriso anche “Mamma gli italiani”, e questo anche consente di leggere I’Italiana con distacco divertito e inevitabilmente attualizzabile.
Di veder e non veder,

Di sentir e non sentir,

Per mangiare e per goder

Di lasciare e fare e dir,

Io qui giuro e poi scongiuro

Pappataci Mustafà.

 

Una satira immortale della nostra società, che, impaurita, sembra aderire perfettamente al motto « Pappa e taci »,  e del clima omertoso e mafioso che sembra avvolgere da sempre e per sempre la nostra bella penisola. Società in cui però esiste (resiste) un’aristocrazia dello spirito, anzi dell’intelligenza un po’ cattivella, di cui Isabella/Marianna è la capitana indiscussa, che si contrappone alla pericolosa scemenza dei potenti e degli aspiranti tali.

Andrea Verga

Le mille bolle blu

 

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Il teatro Ditirammu è molto piccolo, il « teatro più piccolo del mondo » si legge a volte. Ma stasera siamo in tanti. Non ci entreremmo assolutamente. Veniamo però accolti, in questa piacevole e fresca serata di fine estate, nel cortile antistante il teatro, un tipico cortile palermitano, pieno di piante e di balconi. Foglie di potos pendono languide mentre manici di scopa, probabilmente legati da qualche laccio che approfitta del crepuscolo per rendersi invisibile, aderiscono magicamente all’intonaco, quasi fossero enormi gechi. Un ricordo, improvviso: l’ultima volta che entrai qui. Ero piccolo, un bambino, in visita dai nonni palermitani. In questo cortile, anzi, all’interno del teatrino, assistimmo, un po’ per caso, a uno spettacolo di pupi, in quelle rare gite in centro che l’incatenarsi dei pasti natalizi ci permetteva. Che gioia, nutrire un po’ lo spirito oltre alla panza. Ma… torniamo a noi. Qui, ora, c’è un’atmosfera festosa, di famiglia. C’è un’emozione palpabile. Se fai la tessera dell’associazione, ti viene offerto un piatto di pasta, anelletti al forno. Una cooperativa sociale fondata da persone passate dall’esperienza del carcere e poi diventate maestri pasticcieri vende dolci. Mentre i miei vicini parlano di Giappone e di danza Butoh (« nonostante le differenze culturali, io e un tedesco, quando diciamo io, facciamo riferimento alla stessa cosa; un giapponese, no »), una signora anziana cala un paniere dal balcone. Aspetta pazientemente col paniere calato, non si sa cosa. Mi chiedo per un momento se la scena fa parte dello spettacolo. Lei rimane col paniere calato, guardandosi intorno. Sembra aver bisogno di qualcosa. Sto per alzarmi e andare a chiederle se posso aiutarla, poi vedo un bambino che la indica facendo cenni a un signore. Il signore accorre al panierino mettendoci dentro due birre ghiacciate, forse destinate agli ospiti che affollano l’altro balcone (una famiglia, 3 generazioni), forse destinate alla signora stessa, forse al marito, a un’amica, chissà. (La signora comunque si guarda tutto lo spettacolo da sola in piedi dal suo balcone). Si spengono le luci, si guadagna faticosamente il silenzio.

Lo spettacolo è costruito come una lettera d’amore di Nardino, barbiere figlio di barbiere, a Emanuele, avvocato figlio di avvocato.

Due vite che non sembravano essere destinate a incontrarsi, non intimamente, per troppi motivi, in una città e in un paese attraversati da fratture sociali così profonde come la Palermo e l’Italia del dopoguerra e del boom economico. Eppure la loro relazione riesce a rompere le barriere sociali e a oltrepassare la normale, cordiale relazione tra un cliente e il suo barbiere di fiducia. Il loro amore rimescola le carte, un amore omosessuale, di per sé stesso eversivo. Un amore che è anche un ricomporre una frattura, un’esplorazione appassionata delle origini: il padre di Emanuele che ora vanta uno studio in via Libertà è in realtà nato nel quartiere, povero e periferico, dove il padre di Nardino esercita la professione di barbiere.

Nardino ed Emanuele si amano quindi clandestinamente, di amore vero. Ma Emanuele muore, di malattia. Ecco quindi il pretesto narrativo: il ricordo intimo di Nardino del suo amato Emanuele, un ricordo urlato, pianto, viscerale, erotico, arrabbiato, tenero, scandaloso, un ricordo che si contrappone al ricordo ufficiale, pubblico, freddo, dell’uomo Emanuele da parte della famiglia e della buona società palermitana che in fondo non lo conoscono, non in tutti i suoi aspetti. E quando il dolore della separazione lo travolge, quando fa troppo male, ha bisogno del dialetto come un Cristo che sulla croce abbandona il sofisticato greco per urlare nell’aramaico materno « Eli, Eli, lama sabachtani? », « Signore, signore, perché mi hai abbandonato? ».

Il ricordo dell’unica persona che lo conosceva intimamente, nella sua verità. Un amore su cui pesa la clandestinità, ma anche i non-detti, i silenzi. Nardino sembra ricordarsele tutte quelle conversazioni dopo aver fatto l’amore nella villa di Carini di Emanuele che diventa il loro nido (e la moglie non chiede nulla di tutte queste assenze, forse rassegnata ad aver sposato una maschera). Una volta Emanuele gli confessò che lui era l’unica persona che avesse mai amato. Ma Nardino non rispose nulla, e ora ci chiama a testimoni di questo suo silenzio colpevole. Una persona che ha vissuto tutta la vita con una maschera e che se la toglie proprio a teatro, il luogo delle maschere. « Confessioni di una maschera » che mi fanno pensare al grande scrittore giapponese omosessuale Yukio Mishima ma anche all’immenso Jean Genet che durante il maggio parigino, pur appoggiando il movimento, critica l’occupazione dell’Odéon, dicendo che il teatro è in fondo l’unico posto in cui la menzogna è dichiarata, l’unico posto, cioè, in cui paradossalmente si dice la verità.

Filippo Luna si fa possedere da Nardino, dal bellissimo testo di Antonio Rezzo, tratto da una storia vera, usando il corpo e la voce come uno strumento musicale con cui suonare questa elegia, questo lamento tragico, a tratti comico, questo disperato e riuscito tentativo di dare voce, come abbiamo detto, ad almeno un pezzettino della verità, che poi sarebbe la funzione dell’arte.

Da nove anni l’attore palermitano, che firma anche la regia, porta questo spettacolo in giro per la Sicilia e l’Italia. Lo avvicino alla fine dello spettacolo per congratularmi, con gli occhi lucidi, come molti altri spettatori. Mi dice di sentirsi ogni volta più vicino a questo personaggio, che comincia a corrispondergli anche anagraficamente. Questo spettacolo ha sigillato per lui un doppio ritorno: a Palermo, che aveva lasciato per Roma, e al teatro, la sua passione, che aveva messo da parte per lavorare nell’editoria. Poi due chiacchiere con l’autore, Antonio Rezzo, che invito caldamente a pubblicare il testo. Infine con Elisa Parrinello, che ho avuto il privilegio di aver visto lavorare in altre occasioni. Sentendo i saluti di Elisa al pubblico e parlando con un po’ di persone capisco il motivo di tanta commozione, fin da prima che cominciasse lo spettacolo. Il teatro, questo teatro, con le foglie di pothos, i balconi, i pupi, Filippo Luna, la famiglia Parrinello, Antonio Rezzo, il dialetto siciliano, le canzoni, i piatti di pasta, questo teatro che fu il sogno e poi, mi sembra di capire, a volte anche un po’ l’incubo del suo fondatore, Vito, che ci ha lasciato pochi mesi fa e che oggi assiste allo spettacolo, come dice poeticamente Rezzo « da lassù, dal più privilegiato dei loggioni », sta chiudendo. La cronaca lo conferma. Mentre scrivo questo articolo, in ritardo, come sempre, cerco Ditirammu su internet per guardare le date dello spettacolo e m’imbatto sulla bella, bellissima lettera di Elisa e dei fratelli Parrinello che sugella, almeno per ora, la fine (anche se per fortuna i laboratori continueranno altrove, anche se sicuramente non sarà la stessa cosa) di questo luogo meraviglioso fuori dal tempo, che egoisticamente rimpiango ancora di più, perché ho avuto solo occasione di sfiorarlo. Una decisione seria, grave, presa dai fratelli Parrinello in un dialogo incessante col papà, quando c’era e ora che fisicamente non è più tra noi.

 

Ci diceva sempre: “Io volevo solo suonare la chitarra e sentire vostra madre cantare”. (…) Troppo stanco, troppa politica, anticamera e cose che con l’arte e il sentimento non c’entrano proprio nulla. E allora facciamo quello che pensava di fare Papà, sospendiamo tutte le attività del Ditirammu: magari è vero Palermo non ha bisogno di noi. Troppa bile, qui rischiamo davvero la pelle, arte a costo della vita? No grazie.

 

Ovviamente Palermo ha bisogno di voi. E pure io. Chi vivrà vedrà (l’arte è amica dei miracoli).

Andrea verga

Foto di René Purpura e di Roberta Modica

 

« Le mille bolle blu », al Teatro Ditirammu il 7-8-12 settembre 2017

Di e con Filippo Luna. Testo di Antonio Rizzo

 

Artisti e Artigiani d’eccellenza – Costumi di scena del Teatro Massimo

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Costume di Francesco Zito: Pistola / Ford, Falstaff. Fotografia di Andrea Verga.

Mostra ideata e curata da Gloria Martellucci, architetto e studiosa di storia urbana e di storia teatrale. Ha collaborato Anna Tedesco

11 maggio – 11 giugno, prorogata fino a metà Settembre

 

« Se ci pensi i costumi sono l’unica cosa concreta, che si può toccare, che resta di un grande spettacolo ». Con questa semplice frase Gloria Martellucci, curatrice e ideatrice della mostra, mi restituisce l’urgenza e la passione con cui è andata a stanare dai depositi del Teatro Massimo di Palermo costumi e bozzetti, veri e propri capolavori a opera di grandissimi artisti, di scenografi e costumisti italiani e internazionali per mostrarli al pubblico e agli appassionati. Un’occasione tra l’altro per schedarli e per cominciare a creare, grazie al fondamentale catalogo, un inventario di tutte queste perle nascoste. Qualche nome? I pittori e disegnatori Luzzati, Afro, Guttuso, Altan, Scialoja, Sironi. Poi: i premi nobel Danilo Donati, Franca Squarciapino e Piero Tosi; Francesco Zito, prolifico collaboratore del Teatro Massimo, che nella stagione che si sta concludendo ha firmato i costumi di un’elegante Traviata che s’ispira al Liberty palermitano e di Tosca.

Questi costumi e bozzetti sono una testimonianza vivente, tangibile, appunto, di produzioni di grande creatività e qualità, opere di « Artisti e Artigiani d’eccellenza » per riprendere il bel titolo della mostra. Testimonianza di un’arte nel senso etimologico del termine, dal latino Ars (da cui viene anche Artigianato) che corrisponde al greco Techné, da cui noi abbiamo ereditato la parola Tecnica, che abbiamo poi relegato nell’uso ad ambiti, appunto, tecnico-scientifici, prigionieri di una visione romantica dell’arte come pura ispirazione. Una visione basata, tra l’altro, su una gerarchia delle arti, in cui primeggiano la Poesia e la Musica, che considera i costumi e le scene come elementi accessori, opere, appunto, di artigiani e non di artisti. Questa mostra ha il merito, fondamentale, di aiutare a ricucire questa separazione assurda e superata, tra artisti E artigiani. Perché ogni grande spettacolo è unico e uno, ogni elemento concorre alla sua realizzazione. Non ci sono elementi accessori, tutto è necessario. E anche perché si tratta di una divisione che non regge storicamente. Prendiamo un esempio fiorentino: il grande costumista Piero Tosi fu allievo del pittore Ottone Rosai, a sua volta figlio di un artigiano…

La mostra è nata da un’idea di Gloria Martellucci, fondatrice e consigliere dell’associazione Amici del Teatro Massimo, per festeggiare i 20 anni dalla riapertura del teatro. Inizialmente doveva durare un mese, ma è stata giustamente prorogata fino a metà settembre. E’ allestita nella sala pompeiana, probabilmente la più bella di tutto il palazzo, con quella cupola che potrebbe ricordare il pantheon e quegli affreschi colorati e danzanti.

L’allestimento è affascinante. Cominciamo con un cartellone esplicativo, poi i bozzetti, adagiati in semplici ed eleganti bacheche con lo sfondo rosso (alcuni meravigliosi, indimenticabile la Clitennestra di Luzzati), e qualche costume, il tutto esposto in modo chiaro e « scientifico » nella luminosa galleria che collega la sala pompeiana con la sala dove si esercitano i ballerini e le ballerine. Poi si entra nella sala pompeiana dove si respira un’altra aria. Il tavolo tondo nel mezzo con sopra adagiati dei tessuti panneggiati e alcuni angoli ci ricorderanno un camerino o un boudoir di un palazzo veneziano: leggii bellissimi, di legno, a forma di lira, spartiti con le loro diciture poetiche « punta d’arco, fermamente », cappelli con piume di struzzo, maschere, tavolini, stoffe di velluto sapientemente « dimenticate » in un angolo, giochi di specchi.

Volendo sognare c’è abbondantemente il materiale, se pensiamo che quanto esposto è una parte infinitesimale dei depositi del teatro, per un vero e proprio museo del costume operistico o museo del Teatro Massimo tout court. La mostra e il bel catalogo, sempre a cura di Gloria Martellucci, potrebbero fare da modello per una futura sistematizzazione e catalogazione di tutto il patrimonio in questione. Un modo per omaggiare gli artisti e gli scenografi e la sartoria del teatro, definita dai professionisti del settore tra le migliori del mondo.

Quello che commuove e colpisce, comunque, a parte la qualità delle opere e dell’allestimento, sono i dettagli, la cura con cui sono state progettate e costruite, e poi allestite, le opere. La cura, cioè l’amore.

 

Andrea Verga

IL FILO D’ARIANNA / Enrique Vargas

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Alla fine del viaggio, le preoccupazioni sono tanto meschine quanto umane: cosa posso portare con me? Allora rubo un pezzettino di filo bianco e me lo avvito, facendo attenzione che nessuno mi veda, intorno al polso sinistro, monito di rinascita. Poi benedico quelle poche, ma non pochissime, lenticchie che mi sono rimaste in tasca. Ci farò un piccolo brodo, con un dito di carota e un sospetto di zenzero, starà in una tazzina di caffè, così mi ricorderò di questo momento. Ecco, si tratta di prolungare al massimo, anche al costo di diventare feticista, questo mio stare nel mondo, fotografare questo stato di coscienza, questo attimo prezioso e fuggente. « Fermati, attimo, tu sei così bello » direbbe Faust. E’ per questo che sono stato così tanto tempo nell’ultima stanza, lo spazio di decompressione tra il labirinto e il resto del mondo. Uno spazio in cui si scrive e si riflette sull’esperienza appena vissuta, circondati da fili e nodi. « Io da qui non me ne vado! ». E’ come contemplare il mare in tempesta da un oblò. Dietro tutto questo, come una melodia di sottofondo, LA domanda, che l’amato poeta Rilke formulò in questi termini: « Perché non sono sempre così? ».

Dramma dell’artista e dell’uomo che nel suo viaggio incontra, quasi per sbaglio, di sghembo, la beatitudine. Niente a che vedere con la felicità e con la serenità. Assomiglia all’ispirazione, ma è ancora più assoluta. Semplicemente: qui sono a casa, niente mi scalfisce, qui sono io.

Il problema di trovarla è che poi si perde, poi bisogna uscire, a riveder le stelle, ma spesso fa nuvolo.

Perché non sono sempre così?

Dopo essere nati nello spettacolo, che spettacolo non è, è un vero e proprio labirinto, un viaggio interattivo, in cui siamo tutto tranne che spettatori, bisognerà rinascere nella vita, andare in bagno, bere un bicchiere di vino, scrivere questa recensione.

Le esperienze si confondono, cosa è successo, alla fine, di così straordinario? Sembra di rievocare la vita intrauterina, dove pare giaccia un patrimonio inconscio di gioie e dolori che potrebbe spiegarci tante cose.

Mani, reti, fili, tessuti, sabbia, corpi, schiene, fluttuare, odori, tatto, tatto, tatto…

« Queste storie non avvennero mai ma sono sempre », ci viene in soccorso la bellissima definizione che Sallustio dà del mito.

Ecco perché il Teatro dei Sensi, ecco perché Vargas, torna alle origini, ad Arianna, al Filo d’Arianna, primo dei suoi labirinti, filo da cui è nato tutto, un bel po’ di anni fa .

Arianna che s’innamora di Teseo, lo straniero. Arianna sorella del Minotauro, il mostro. Arianna che poi Teseo abbandonerà su un’isola deserta, finché non verrà salvata da Dioniso, l’ebbro, che la porterà con sé a celebrare i misteri del vino e della saggezza incarnata nel corpo.

Seguo il filo d’Arianna che cambia di forma: è corda, spago, si perde tra le lenticchie, nella sabbia, è bianco, di canapa, di cotone, di lana.

Nel viaggio mi perdo e m’incontro, vivo la potenza dei paradossi sulla mia carne.

La Madre mi stringe al suo seno e sento il suo cuore pulsare, nel petto, ma pure tutto intorno a me: sono allo stesso tempo appena nato e ancora nel ventre materno. Nel frattempo sento un odore come di pastina in brodo.

Quando sento il Minotauro e i suoi grugniti, quando posso sfiorare il suo corpo possente attraverso una stoffa grezza, quando mi vedo riflesso in uno specchio col suo muso al posto del mio, la paura si mescola con il piacere, e con qualche singhiozzo che non si risolve in lacrime. « Bisogna che il poeta procuri il piacere che nasce dalla compassione e dalla paura ». E’ la tragedia che, dice sempre Aristotele: « per mezzo della compassione e della paura, finisce con l’effettuare la purificazione (catarsi) di queste passioni ».

Ecco, inanello qualche citazione, nel tentativo disperato di capirci qualcosa.

Non è facile tradurre con parole l’esperienza.

La versione minoica, arcaica, pre-razionalista, pre-ateniese, del mito (quella, ovviamente, preferita da Vargas e dagli attori/ricercatori/abitanti del Teatro dei Sensi) prevede che Teseo non uccida il Minotauro. Lo guarda, si riconosce, forse si vede riflesso nei suoi occhi vitrei di bovino, prende atto della propria bestialità, si rende conto che il Minotauro è una parte di lui, e fa un salto mortale, usando le corna come appiglio.

Questo salto gli permette di venerare il toro e allo stesso tempo di superarlo.

La società minoica è arcaica, endorcista, una società, cioè, che, al contrario della nostra, decisamente esorcista, non espelle i suoi demoni, anzi, li rispetta, si concilia con essi.

Quello a cui assistiamo, a cui partecipiamo è quindi un rito, non una storia, qualcosa che si rinnova ogni volta, con ogni viaggiatore, perché, non ci stancheremo di ripeterlo « queste storie non avvennero mai ma sono sempre ».

Il Filo di Arianna 2 ph Stefano Di Cecio

L’arte, la tragedia, il mito, ritrova la sua funzione originaria, assolutamente non riducibile all’estetica: curare (quando Aristotele parla di « catarsi » usa un termine medico), dare senso.

E allora, una volta usciti, col nostro nuovo braccialetto e la zuppetta sul fuoco, compare la nostalgia di un tempo che non abbiamo mai vissuto, in cui i riti scandivano le stagioni dell’anno e della vita, le ore della giornata, in cui il tempo era un serpente che dormicchiava arrotolato su sé stesso e non un’implacabile freccia.

 

Andrea Verga

Foto di Stefano Di Cecio

IL FILO D’ARIANNA
Centro Culturale Il Funaro di Pistoia

16-22 settembre 2017

Regia di Enrique Vargas